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Archive for the ‘Anniversari e ricorrenze’ Category

A distanza di un mese dalla tua scomparsa, sento il bisogno di ripercorrere alcune tappe della tua vita, perché tu non sei stata solo la mia mamma, sei stata una grande donna.

Cominciasti a lavorare presto, in un’epoca in cui le donne stavano in casa, in quanto il lavoro allora non era considerato “adatto”alle signore.

Hai sempre preso sul serio il tuo lavoro, anzi l’hai amato, costruendo con il nonno Emo e lo zio Franco un’azienda solida, che ha dato lavoro a molti. Tu dentro la ditta eri un pesce che nuotava felice, ti occupavi di creare, inventare nuovi modelli, eri un vulcano, sempre pronta a far girare la tua fantasia e la tua creatività. La biancheria per la casa era il tuo mondo e non si poteva passare da nessuna vetrina di questo genere, senza fermarsi ad ammirare. Eri un “capitano”, temuto e amato dalle tue lavoranti, perché eri esigente, ma generosa e sincera.

Capitava spesso di vederti unica donna tra molti uomini, perché una donna che dirigeva un’azienda negli anni “50 era rara.

Tu eri un fiore all’occhiello per noi tutti, io sono stata orgogliosa di te e del tuo modo di fare; certamente non avevamo lo stesso carattere, abbiamo discusso per le molte idee differenti, ma mai mi hai lasciato sola nelle difficoltà.

Ogni mia scelta l’hai condivisa e hai cercato di essermi mamma e babbo, visto che lui se ne andò molto tempo fa; scherzando dicevi che quando ti sei separata te, lo eravate in due in Italia: te e Mina!

Mi hai lasciato decidere della mia vita, dicendomi la tua idea, che spesso non era uguale alla mia, come spesso succede coi figli, ma lasciandomi piena libertà.

Con te si poteva parlare di tutto, eri aperta e moderna, lo sei stata fino alla fine; anche i miei figli si confidavano con te, aprendosi il cuore e facendoti sentire giovane anche a 80 anni.

Sei stata anche una buona figlia, accudendo con amore i miei nonni, malati tutti e due e mai lasciati soli, ho imparato molto da te e ne sono fiera.

Durante il tuo funerale abbiamo raccolto delle offerte, inviandole al Centro di Accoglienza Padre Nostro, fondato da Padre Puglisi: sono 1.050 Euro, che spero siano segno di speranza per tanti bambini, perché il nostro futuro sono loro, i bambini e i giovani.

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“Lo stato invisibile è l’antitesi radicale della democrazia” ( Norberto Bobbio)

Vorrei celebrare questa data ricordando donne che sono state pioniere della scienza, dell’arte, della politica, della letteratura, per sfatare un mito: quando alle donne viene data la possibilità di esprimersi, ecco che diventa evidente il potenziale, che è stato troppo spesso nascosto.

Ricordare Virginia Woolf, Emily Dickinson o Alda Merini, per citarne solo alcune, può esprimere meglio di mille parole ciò che intendo dire; così come ricordare il contributo che hanno dato alla scienza Rita Levi Montalcini o Maria Curie, oppure ricordare Artemisia Gentileschi, grande pittrice dei secoli passati.

In politica abbiamo figure straordinarie, come la prima donna ministro della Repubblica italiana, Tina Anselmi, o la prima Presidente della Camera dei Deputati, Nilde Iotti, ma sarebbe ingiusto scordare le migliaia di donne che si sono sacrificate durante la Resistenza e che ci permettono di vivere in libertà e democrazia.

Permettetemi però di parlarvi anche di una donna di oggi: Carolina Girasole, sindaco di Isola di Capo Rizzuto, provincia di Crotone, in Calabria. Ho conosciuto Carolina a Firenze, durante un seminario sulla legalità. E’ una donna vivace, intelligente e molto comunicativa. Dopo anni di alternanza di sindaci, che restavano in carica 8 mesi per lasciare il posto al commissario prefettizio, lei si è presentata alle elezioni comunali, per vincerle e governare la propria comunità, senza mai abbassare la testa di fronte alle pressioni mafiose, che avevano fino ad allora impedito lo svolgersi regolare della vita amministrativa.

Carolina ha organizzato gli uffici perché i cittadini trovassero diritti, senza chiedere favori, trovassero trasparenza e legalità, come dovrebbe essere normalmente. Ha creato una cooperativa sociale per utilizzare i beni confiscati alla ‘ndrangheta, subendo intimidazioni, minacce e attentati. Carolina ci racconta che le elezioni del 2013 sono un rischio per lei, perché non le permetteranno di continuare a fare vivere nella normalità un comune simbolo della lotta antimafia. Lei però lotta e va avanti, e noi è con lei che ci dobbiamo schierare, perché se vogliamo cambiare questo nostro paese non possiamo lasciarlo nelle mani dei “poteri occulti”,di chi usa il voto di scambio, di chi fa politiche clientelari, di chi vuole sudditi ubbidienti. Carolina, che ha grinta e determinazione, con coraggio ci indica la strada maestra, che vuole le donne impegnate in prima persona a coltivare la speranza in una società più giusta, dove vi sia spazio per il rispetto della persona e della sua dignità.

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Anche Quarrata aderisce alla giornata mondiale “Città per la vita – Città contro la pena di Morte”, promossa dalla Comunità di Sant’Egidio di Roma, per l’abolizione della pena di morte nel mondo.

La nostra città parteciperà con un gesto fortemente simbolico: illuminando, dal 28 al 30 novembre 2011, il monumento “La Favola di Orfeo”, nella piazza coperta del Polo Tecnologico “Libero Grassi”.

L’iniziativa avviene in concomitanta con la Festa della Toscana, che si celebra ogni anno il 30 novembre, anniversario della prima abolizione della pena di morte nel mondo, proprio da parte del Granducato di Toscana.

Sul sito internet della Comunità di Sant’Egidio è possibile, da parte di tutti, sottoscrivere l’appello per l’abolizione della pena di morte nel mondo, dando concreta applicazione alla risoluzione votata dall’assemblea generale dell’ONU il 18 dicembre 2007, per abolire la pena capitale, ovunque nel mondo.

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Decidere con un tratto di penna, da parte del ministro Galan, la chiusura del Museo di S.Anna desta sconcerto, rabbia, indignazione. In Italia c’è la crisi, ci sono da affrontare misure impopolari per combattere il debito pubblico, ma farlo pagare ai martiri non è né giusto né accettabile.

560 persone trucidate il 12 agosto del 1944: uccise, bruciate, torturate per una precisa scelta: incutere terrore nelle popolazioni inermi, innocenti e indifese. Kesselring decise le stragi nel Padule come a Sant’Anna, come a Marzabotto o Civitella della Chiana: i civili dovevano essere sacrificati alla logica del terrore, non per rappresaglia, ma come metodo di guerra.

Adesso a Sant’Anna di Stazzema c’è un Museo della Resistenza, si sta progettando un Parco della Pace, migliaia di giovani ogni anno vanno in pellegrinaggio su quei monti per rendere omaggio alle vittime, la più piccola delle quali, Anna, aveva pochi giorni.

Tutto questo deve finire; allora mi chiedo: Va in prescrizione l’omaggio alle vittime? Possiamo accettare in silenzio questa decisione? Davanti alla Chiesa, in quella minuscola piazza contornata da alberi che fanno da cornice, c’è raffigurato un girotondo di bambini, che da tempo non ci sono più, cancellati dalla violenza, insieme al loro parroco, ucciso perché non voleva lasciare sola la sua gente. Furono trucidati vecchi, donne e bambini: non si può cancellare la memoria senza fare oltraggio ai caduti, che sono nostri caduti, ciascuno dei quali vive in noi e in tutti coloro che si recano a rendere loro omaggio. Cancellare i contributi al museo della Resistenza a Sant’Anna è un oltraggio, perché ha il significato di voler dimenticare, ma questo non lo possiamo permettere né ce lo possiamo permettere.

Oggi c’è bisogno della memoria perché la Democrazia ha sempre bisogno di essere difesa, vissuta e partecipata e oggi più che mai c’è necessità della Democrazia e di cittadini che la sostengano.

Lo avrai

camerata Kesselring

il monumento che pretendi da noi italiani

ma con che pietra si costruirà

a deciderlo tocca a noi.

Non coi sassi affumicati

dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio

non colla terra dei cimiteri

dove i nostri compagni giovinetti

riposano in serenità

non colla neve inviolata delle montagne

che per due inverni ti sfidarono

non colla primavera di queste valli

che ti videro fuggire.

Ma soltanto col silenzio del torturati

più duro d’ogni macigno

soltanto con la roccia di questo patto

giurato fra uomini liberi

che volontari si adunarono

per dignità e non per odio

decisi a riscattare

la vergogna e il terrore del mondo.

Su queste strade se vorrai tornare

ai nostri posti ci ritroverai

morti e vivi collo stesso impegno

popolo serrato intorno al monumento

che si chiama

ora e sempre

resistenza.

Piero Calamandrei

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2 agosto 1980, stazione di Bologna: la folla aspetta di partire, qualcuno aspetta chi torna, altri debbono tornare. Persone normali, ognuno con la sua vita, la sua storia, le sua speranze e i suoi sogni.

All’improvviso un tremendo scoppio manda in fumo la vita di tanti, porta tanto dolore, lutto e disperazione; pagano gli innocenti: 85 morti e 200 feriti, che porteranno sulla loro carne viva i segni della violenza assassina. Quale colpa poteva avere Angela Fresu, 3 anni, la vittima più giovane? E Luca Mauri di 6 anni, Sonia Burri di 7 anni o il piccolo Kai Mader di 8 anni?

Tra quegli 85 c’erano donne, bambini, famiglie, anziani, italiani, stranieri, come pure tra i 200 feriti.

C’erano volti e storie che non dobbiamo dimenticare, ora dobbiamo stare a fianco dell’Associazione tra i familiari delle vittime di Bologna, che chiedono ancora verità e giustizia. Rendere giustizia a quelle vittime innocenti è nostro dovere come è nostro diritto chiedere la verità su quei terribili momenti, per i quali ci sono stati troppi depistaggi, omissioni e misteri.

Oggi ricordiamo i nostri morti, ma non ci possiamo stancare di chiedere la verità, perché ne va della democrazia del nostro Paese e della dignità delle vittime e dei loro cari.

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Quarrata tra poco tempo avrà a disposizione due piazze pubbliche su via Europa: sono collocate molto vicino tra loro, quasi in muto dialogo. Abbiamo colto questa occasione per ricordare due cittadini italiani, diversissimi tra loro, accomunati purtroppo dalla tragedia che li ha travolti: il Commissario Luigi Calabresi e l’anarchico Giuseppe Pinelli.

L’Italia è stata sconvolta dagli anni bui del terrorismo e delle stragi, tempo nel quale ci sono state vittime innocenti, persone sbalzate dalla storia nel tunnel senza ritorno della morte, una morte assurda e senza senso.

L’inizio fu la strage di Piazza Fontana a Milano, che fece molte vittime, ignari clienti di una banca trucidati dai terroristi. Ora sappiamo che fu terrorismo nero, di matrice fascista, intrecciato con pezzi deviati dello Stato. Allora il primo pensiero fu contro gli anarchici; Pinelli fu fermato, interrogato, non fece mai ritorno a casa, anche lui vittima di un periodo in cui la democrazia italiana corse seri rischi di sopravvivenza. Dopo anni il Commissario Calabresi, che neppure era presente la sera della tragedia, fu assassinato, dissero, perché i signori del terrore lo additarono come il responsabile della morte dell’anarchico Pinelli.

Due vittime della violenza, due atti che hanno gettato nella più nera disperazione due famiglie, che neppure si conoscevano: vedove e orfani che hanno sofferto per tragedie più grandi di loro.

Perché ricordare? Perché la memoria condivisa ci deve portare a cercare le cause della violenza e a respingerle, ci deve far chiedere verità e giustizia per tutte le vittime del terrorismo e delle stragi.

Ricordo il gesto di Napoletano, che ha ricevuto la signora Calabresi e la signora Pinelli insieme: insieme per non dimenticare, insieme per riflettere su una democrazia che ha bisogno di tutti noi per poter fiorire, senza farsi imbrigliare da chi opera nell’illegalità delle logge come la P2 o dei terroristi di ogni colore, intrecciati con mafie e falsi servitori dello Stato.

Oggi più che mai, in tempi di individualismo, vanno ricercati gli ideali comuni che ci fanno popolo: libertà, democrazia, giustizia, uguaglianza. Lo dobbiamo a persone come Pinelli e Calabresi, vittime innocenti che gridano il loro “mai più”, grido che noi possiamo e dobbiamo raccogliere.

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Ieri sera a Valenzatico è stata scoperta una targa in memoria di Don Patrizio Guidi, cui è stato intitolato il “campino” da gioco della Parrocchia. La targa è stata posta su una bella pietra, ricordo delle montagne che Patrizio amava tanto. Alla cerimonia, semplice ma commovente, c’era tanta gente, tanti dei suoi parrocchiani, tanti ragazzi. La sua Comunità che lo vuole ricordare, per portarlo nel cuore, per portare nel cuore il suo esempio di testimone di ideali, che lo ha caratterizzato sempre.

Patrizio poteva essere duro, al momento giusto, ma era disponibile all’ascolto, amava parlare, ma non sprecava le parole, organizzava momenti formativi per i suoi ragazzi, scriveva poesie, ma la sua vita era una poesia.

La gente passerà accanto a quella pietra e si ricorderà: una camminata in montagna, una confidenza, un’omelia, l’impegno civile, l’impegno nella Caritas, un aiuto, morale o materiale. Quella pietra servirà alla memoria, non a quella della vuota retorica, ma alla vera memoria, intessuta di storie, di speranze, di fede, di fiducia, di riflessioni sulla vita.

Don Patrizio è nel cuore dei tanti che l’hanno conosciuto e apprezzato, qualcuno anche lontano, nel lontano Brasile, dove aveva rapporti fraterni con tanti missionari, tra cui Franco Masserdotti. Ricordo ancora un Presepe, al cui centro era posto il Bambinello, collegato a Valenzatico e a Balsas, nel sertao brasiliano, attraverso fili di lana, intrecciati tra di loro, fili ricchi di quella fraternità che sola fa ritrovare i legami autentici, fatti dal dialogo e dal dono reciproco.

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